La morte. La fine di tutto. Il buio, l'oscurità, il silenzio e la staticità eterna. Eppure, gli artisti artigiani e scultori chiamati dai familiari dei defunti per realizzare i monumenti funebri, imprimono a queste figure un'energia vitale potentissima. Forse un riflesso di vita involontario a guidare le loro mani nel gesto creativo. Ed è proprio il gesto a donare forma, corpo e anima terrena alla pietra. Ed è proprio nelle mani di queste sculture che quel gesto trova la sua più viscerale incarnazione: un grido straziante di vita, un ponte tra il terreno e l'ultraterreno, l'atto istintivo del convogliare aria dentro i nostri polmoni. Come se rappresentare la morte fosse possibile solo attraverso il più profondo e doloroso attaccamento alla vita. Le mani di queste statue ci ricordano che è solo il gesto a permetterci di esistere dentro e oltre la nostra condizione umana. Ovvero sospesi tra luce e tenebra. Mani di pietra impegnate a toccare, afferrare, lasciare, stringere, spingere, tirare, sorreggere, proteggere, accarezzare, curare. A volte i gesti sono plateali, altre volte semplici, quotidiani, quasi distratti. Ma la soglia viene comunque infranta, restiamo sospesi, come calamitati da questa vitalità. Senza capire esattamente il perché. Mentre camminiamo assorti, lungo i viali dei cimiteri.
Il progetto prosegue seguendo l'intuizione del suo primo capitolo ma sviluppando il linguaggio in modo più preciso e accurato. Ripromettendosi inoltre uno sviluppo ulteriore che, a partire dal Cimitero Monumentale di Milano, permetta un'evoluzione itinerante. A differenza del primo capitolo, le immagini sono state realizzate in digitale con una Nikon D750 e post prodotte con un preset realizzato su misura che possa evocare la grana e le gradazioni di grigi e neri di una pellicola Kodak T-Max 400.

La morte. La fine di tutto. Il buio, l’oscurità, il silenzio e la staticità eterna. Eppure, gli artisti artigiani e scultori chiamati dai familiari dei defunti per realizzare i monumenti funebri, imprimono a queste figure un’energia vitale potentissima. Forse un riflesso di vita involontario a guidare le loro mani nel gesto creativo.

Ed è proprio il gesto a donare forma, corpo e anima terrena alla pietra. Ed è proprio nelle mani di queste sculture che quel gesto trova la sua più viscerale incarnazione: un grido straziante di vita, un ponte tra il terreno e l’ultraterreno, l’atto istintivo del convogliare aria dentro i nostri polmoni.


Come se rappresentare la morte fosse possibile solo attraverso il più profondo e doloroso attaccamento alla vita. Le mani di queste statue ci ricordano che è solo il gesto a permetterci di esistere dentro e oltre la nostra condizione umana. Ovvero sospesi tra luce e tenebra.
Mani di pietra impegnate a toccare, afferrare, lasciare, stringere, spingere, tirare, sorreggere, proteggere, accarezzare, curare. A volte i gesti sono plateali, altre volte semplici, quotidiani, quasi distratti.


Ma la soglia viene comunque infranta, restiamo sospesi, come calamitati da questa vitalità.
Senza capire esattamente il perché. Mentre camminiamo assorti, lungo i viali dei cimiteri.

Il progetto prosegue seguendo l’intuizione del suo primo capitolo ma sviluppando il linguaggio in modo più preciso e accurato. Ripromettendosi inoltre uno sviluppo ulteriore che, a partire dal Cimitero Monumentale di Milano, permetta un’evoluzione itinerante.

A differenza del primo capitolo, le immagini sono state realizzate in digitale con una Nikon D750 e post prodotte con un preset realizzato su misura che possa evocare la grana e le gradazioni di grigi e neri di una pellicola Kodak T-Max 400.

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